Al cuore che abdica perché rida un fanciullo inconsapevole

La storia “Il bruco che si trasforma in farfalla” disegnata dal piccolo Luca

  

di Giorgio Cuconato

 

È primavera nelle campagne liguri, gli sprazzi d’erba iniziano a tingersi di gialle striature ed il sole, ancora, non si riversa trepido sui chicchi delle sabbie. Ne restano i gentili raggi, smussati ed intensi a sufficienza per proiettare giochi di luce ed ombre sulle dorsali delle nascenti praterie. Paola Nicoli siede spensierata nel verde: è sommersa di luce mentre un incantato Eugenio Montale, protetto invece dall’ombra di un albero, ammira l’amata leggendone volto, sorrisi, sguardi, e memorie.

 

Siamo nei versi di “Crisalide” (“Ossi di seppia”, 1925), laddove il bozzolo di questo titolo significa per Montale la scelta dello scorcio in cui proteggersi, nascondersi, corazzarsi; mentre alla Nicoli – tanto quanto la primavera in cui è immersa – viene contrariamente attribuita la più intuitiva possibilità di aprirsi, rinascere e sfiorire. Storie di chiaroscuri e di quel bivalente bozzolo (che in sé racchiude anche l’intero senso della lirica) in cui si schiude l’amata, si rinchiude il poeta. Alla Natoli è così concesso di raccogliere i frutti della vita che la bella stagione ormai le offre; a Montale, d’altro canto, altro non resta che cogliere con la mano della poesia l’appassire dei frutti di un invalicabile blocco sentimentale.

Nel corso dei versi, quel desiderio di spartire lo stesso bozzolo, di mescolare in un crogiolo affettivo ombra e luce, paralisi e vitalità, amore ed indifferenza, breccia e chiusura, si fa sempre più ardente nella fantasia del poeta. Tuttavia, nulla – nemmeno la forza della più affilata immaginazione – è sufficiente a sciogliere questa opposizione nel tanto atteso incontro. Montale stesso, in fin dei conti, non vive altra alternativa che rinunciare in definitiva all’illusione di sconfinare in questo amore ormai solo contemplativo, distante, privo di varco: impossibile. Il sentimento pare definitamente protocollato e allora, ognuno rimanga pure nel proprio univoco senso di crisalide.

Poi, forse, nel pieno degli ultimi versi, si intravede una cauta rottura. Inaspettatamente la corazza di Montale inizia a sgomentarsi, seppure, in un modo troppo insolito e cioè “al rovescio”: ora dal bozzolo paralizzante sbuca una crepa che apre le ali del poeta non verso l’amata, non verso l’imminente futuro, ma verso la primavera della fanciullezza, verso il trascorso. Il bozzolo è finalmente schiuso non per amare, ma per disporsi ad amare; ovvero per ri-porre a passetti di gambero il poeta nell’unica adeguata condizione d’amore: l’infanzia. Solo ora il cuore rinuncia ai suoi mozzi tentativi d’affetto affinché rinasca un fanciullo, quella sola creatura capace di affrontare un amore spensierato, ridente, fantasioso e privo di ombre timorose. Solo ora, ad amore sacrificato, il “cuore abdica perché rida un fanciullo inconsapevole”. Solo ora, ridendo, l’inconsapevole Montale fanciullo può ritornare ad amare respirando anch’egli la sua parte di primavera.

 

È ancora primavera in tutta Italia e oggi, nel pieno di questa situazione indescrivibilmente drammatica, non solo i poeti sono costretti ad abdicare al loro cuore: noi tutti, un po’ come Montale, ce ne stiamo serrati nel nostro bozzolo casalingo convinti di non potere irrompere oltre il suo lato “mezzo chiuso”. Anche a noi sembra di trovarci un po’ in bilico fra una non godibile primavera pronta a sbocciare e la nostra cementata impossibilità di prendere parte a questa rinascita. Il bozzolo paesaggistico si schiude, il bozzolo personale si chiude. È stasi e non v’è anche per noi alcuna occasione di poter barattare una nostra porzione di prigionia da quarantena con il libero evolversi dei fiori sui rami, dello strascicare di un tenue refolo o di uno starnuto da allergia. Ce ne stiamo tranciati anche dalla nostra primavera, cioè da tutti i nostri affetti – persone, abitudini, luoghi, occasioni – che desidereremmo coltivare. Spesso li osserviamo dal vetro di una finestra e subito li pensiamo tanto distanti quanto le macchie di verde in cui sempre ci siamo immersi e che oggi, a malincuore, siamo costretti a respingere. In questo scenario, le nostre dosi d’amore, la nostra vita e la primavera si situano da un lato; la nostra presenza, la nostra esistenza, dall’altro. In mezzo quella crisalide statica, invalicabile per cui qualsiasi possibilità di crepatura risulta vana.

 

Fatto tesoro della lezione di Montale, anche noi di Filò abbiamo dovuto rinunciare all’insistenza di evadere dal bozzolo casalingo e di inseguire il nostro cuore. Anche noi, così, abbiamo abdicato definitivamente il tentativo di scavalcare la reclusione rincontrare gli affetti che stanno oltre: anche noi abbiamo, in un certo senso, dovuto scegliere l’infanzia come unica disposizione possibile per esperire le uniche forme d’affetto momentaneamente accessibili. Differentemente da Montale, però, abbiamo scelto di tornare bambini per stare con i bambini. Di fatto, da circa una settimana offriamo un servizio di “favole filosofiche al telefono” per rubare sorrisi e riflessioni a tutti quei bambini che, nel pieno di una situazione che li strappa da un giorno all’altro alla normalità della loro vita, si annoiano a morte a casa terremotando (non sempre) i propri genitori. E così, grazie all’aiuto di una schiera di giovani volontari, si alza la cornetta e, sperando di impreziosire la giornata del nostro ascoltatore, si fa presto a dire:

– “Ciao sono il Signor Pensiero e vorrei raccontarti una favola. Ma prima devo farti una domanda: sai cosa vuol dire il mio nome? Sai cosa vuol dire pensare?”-. E qui la maggior parte dei bambini risponde: “INVENTARE!”. Curioso è notare che per noi grandicelli pensare è spesso inteso come riflettere, ovvero come flettere nuovamente qualcosa che è già stato flesso, specchiare qualcosa che è già un’immagine; insomma agire col pensiero su qualcosa di già esistente. Per loro, forse più saggiamente, pensare è direttamente creare dal nulla qualcosa di mai esistito. Altri rispondono, invece, che si pensa soprattutto quando non si sa cosa fare. Verissimo: ce lo hanno insegnato gli antichi con le loro considerazioni sull’ozio e precisato i moderni sotto forma di antidoto contro la noia.

Poi si passa alle favole e qui si pesca fra un enorme repertorio. Certo, i temi sono vari: tempo, identità, empatia, concezione dell’altro, vita, conoscenza, amore, sogno-realtà e cambiamento. Proprio su quest’ultimo, senza coincidenze, c’è una curiosa favola che intacca l’evolversi di un bruco che si trasforma – guardate un po’ proprio grazie alla rottura della sua crisalide – in farfalla.

 

-“Secondo te R., solo i bruchi cambiano o anche le persone?” – le chiedo.

– “Anche le persone!”- risponde.

– “E qual è allora la differenza fra bruchi e persone?” –

– “I bruchi cambiano dentro il bozzolo, le persone dentro casa!” –

– “E secondo te cambiare è bello?” – le chiedo alla fine della conversazione.

– “Dipende quanto cambiamo e se ci è mai successo” – risponde intuendo, a solo 8 anni, che l’esperienza di vita già fa la sua parte.

Poi altro giro di chiamate: stessa favola, bambino diverso.

– “Abbiamo visto che l’animale prima era bruco e ora è farfalla, allora chi è realmente? – chiedo stavolta a L. di sette anni. Lui esita un secondo; prima mi dice farfalla, poi gli faccio notare che lei, prima, era anche bruco. Ci ripensa fin quando, al terzo tentativo del quesito, il colpo di genio:

– “È un FARFABRUCO!”-

Applausi alla soluzione. Ma poi viene il tempo di trasporre il discorso sul cambiamento che più ci riguarda: quello umano.

– “Tu cambi, ti è mai capitato di cambiare? – chiedo.

– “Sì, da neonato divento graaande!” risponde.

– “E quando tu cambi da bambino a grandicello, chi sei tu allora?” – domando.

Cinque secondi di silenzio.

– “UN FARFABIMBO!”- ribatte.

Mi scappa una risata.

– “Bravissimo L. mi piace un sacco questo nome! Sei anche tu un farfabimbo L. allora?” –

– “Sì, o anche un BRUCOBAMBO!”.

E così, fra altre simpatiche conversazioni, va crepandosi la nostra crisalide, la nostra barriera da virus e affetti per lasciare spazio al nostro “cuore che abdica affinché rida un fanciullo inconsapevole” di amare il sapere, ma consapevole di tutto il restante.